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Notizia 19/02/2020

Call center. La speranza è l’ultima a morire!






Il Governo Conte, tramite un emendamento al Decreto Milleproroghe ha stanziato 20 milioni di euro nel 2020 per sostenere gli ammortizzatori sociali delle donne e degli uomini che lavorano nel settore dei call center.

Una misura che guarda al futuro o l’ennesimo contentino?

Lelio Borgherese, presidente di Assocontact (realtà aderente a Confcommercio che riunisce i call center in outsourcing) ha dichiarato: ''Siamo assolutamente soddisfatti della strada indicata dal governo: reinserire all'interno del DL Milleproroghe le misure a sostegno dei contact center è un segnale importante per tutto il settore, continueremo a lavorare a stretto contatto con il Governo con la fiducia che questo rapporto possa dare le risposte giuste ad un settore che le aspetta oramai da troppi anni e che ha bisogno di un serio intervento per essere rilanciato''.

Il percorso obbligato è quello di stabilire un confronto tra le parti: associazioni di categoria, compagine di governo, sindacati e forze politiche presenti (e non) in Parlamento. Il comparto dei call center necessita di un supporto per essere rilanciato.

Il comparto è in difficoltà tra delocalizzazioni e posti di lavoro in bilico.

Ricordiamo che le aziende del settore call center sono poco meno di un migliaio e segnano, buona parte di esse, margini negativi.

A breve le associazioni di categoria incontreranno, al Ministero dello Sviluppo Economico, Alessandra Todde, Sottosegretaria di Stato al Ministero, a cui il Governo ha affidato il dossier call center.

L’incontro dovrebbe favorire, entro fine Marzo, la elaborazione di una proposta di legge di categoria da sottoporre ai partiti politici.

La proposta di legge dovrebbe vertere sui seguenti punti: Ammortizzatori sociali strutturali, un fondo per la formazione continua, pratiche tariffarie in accordo con la sostenibilità delle aziende e i salari dei lavoratori, innovazione tecnologica.

Per quanto concerne alla delocalizzazione?

L’intento sarebbe di concedere incentivi alle imprese che hanno delocalizzato e determinare il ritorno in Italia. E poi, con uno sguardo al futuro, promuovere – come è stato fatto in Francia – istituire un albo, con tanto di bollino di qualità, al fine di porre in rilievo le imprese (le “imprese pirata”) che calpestano i diritti dei lavoratori e le direttive sulla privacy dei consumatori.

In merito a tutto ciò i committenti privati, le società (assicurazioni, banche, compagnie telefoniche,) che costituiscono il mercato italiano, dovrebbero intervenire, sul versante finanziario, per rendere migliore la qualità dei servizi. La stima è di 200 milioni all’anno per contrastare instabilità di un comparto che occupa 100 mila persone, in gran parte donne.

Persone, circa il 90 per cento, con contratti di lavoro a tempo indeterminato. Ad esse bisogna aggiungere i circa 40 mila lavoratori con contratti a progetto dalla parte outbound . L’età media è intorno ai 35 anni.

Le grandi imprese, che appaltano il servizio di call center, saranno fondamentali per la messa in ordine del comparto.

Nel 2017 il Ministero del Lavoro ha elaborato delle tabelle con le paghe minime per il lavoro nei call center. Tabelle valide per i committenti pubblici. Tabelle, per intenderci, che andrebbero modificate.

“Non siamo solo quelli che chiamano a qualunque ora del giorno – ha sottolineato Lelio Borgherese –. I nostri servizi semplificano il rapporto tra il consumatore e le imprese, tra il cittadino e la pubblica amministrazione”.

Il comparto, una buona volta, dovrà essere sostenuto dalle istituzioni.

Ma la speranza - come cantavano i Litfiba - è l’ ultima a morire!



Fonti:

www.linkiesta.it
www.assocontact.it




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